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Il Quartiere PDF Stampa E-mail
Si potrebbe definire "un'isola nella città". La sua storia inizia intorno all'anno 1000, quando sembra fosse adibito a campo di addestramento delle schiere militari longobarde. Quando, dopo alcuni secoli, viene inserito nelle mura cittadine, entrando anche fisicamente a far parte della "civitas Viterbii" il borgo si presentava come un agglomerato di poche e povere case, tanto che venne adibito a luogo di raccolta delle attività più rumorose: il calderaio, il maniscalco, il fabbro, il calzolaio. Poi vi si insediarono i funari, i facocchi, i contadini. Questo, originariamente, il nucleo essenziale che ha di fatto determinato l'architettura e l'urbanistica locale: non troviamo infatti palazzi o case nobiliari.
Pianoscarano è il più antico borgo della città insieme a San Pellegrino, al quale è congiunto dal Ponte di Paradosso.
L'origine del nome sembra longobarda: alcuni vogliono che "Scarano" o "Squarano" derivi dalla parola "squara" che significa "schiera".
Probabilmente nell'antichità in questa parte ancora disabitata della città si esercitavano le truppe e si radunavano schiere di soldati.
La prima notizia certa del borgo risale ai primi del IX secolo, quando, in un documento dell'epoca longobarda, si nomina il "Vico Squarano". I cronisti del tempo narrano che il primo nucleo della città venne recinto dalle mura che correvano da Porta Sonza (attualmente Chiesa di Santa Rosa) verso il torrente Urcionio (Via Marconi), Porta Faul e seguendo il Torrente Paradosso arrivavano a Porta Fiorita (vicino San Pietro).
Il quartiere, su un altipiano, era diviso dal resto della città dal Torrente Paradosso, anche Paratuso, che corre lungo la valle che vede affacciarsi su un lato il quartiere di San Pellegrino e da lato opposto Pianoscarano. L'antichissimo ponte sul Paradosso costituiva l'elemento di unione con il resto della città: punto di incontri e scontri, arricchito dalla fantasia popolare di numerose leggende, come quella del fantasma "Trucchi trucchi", che ad intervalli appare nella valle sottostante.
Il borgo cominciò a crescere rapidamente, da quando (1480) il Comune lo acquistò dai monaci di Farfa che ne erano proprietari. Il tratto di mura che cinge il quartiere ha una storia travagliata: più volte furono assalite, distrutte e ricostruite. Nel 1200, a 100 anni dalla costruzione, i Romani, in lotta coi Viterbesi ebbero la meglio e le abbatterono completamente. Ricostruite, dopo appena venti anni papa Gregorio IX, ne ordina nuovamente la distruzione, per punire la città di Viterbo che aveva appoggiato Federico II. Lo stesso papa ne ordina la ricostruzione, completata nel 1236.
La nota del D'Andrea, datata intorno al XII secolo, narra:
"Anno domini 1233. Li Romani fecero la pace co li Viterbesi per mezzo del Papa Gregorio Nono, et fu scarcato il Monastero e li merli e il pettorale da le mura de Piano de Scarlano de comandamento del Papa in servizio de li Romani". Il Della Tuccia, in un tomo del 1236, racconta che papa Gregorio IX vedendo "li merli delle mura di Piano Scarlano a terra, come l'aveva fatte gettar lui, subito le fece rifar di nuovo a sue spese insieme con il pettorale".
Nel tempo i Viterbesi, per non avere troppe porte da difendere, ne chiusero alcune.
Come il resto delle mura cittadine, anche quelle di Pianoscarano presentavano un triplice ordine di difesa: avanti a tutto c'era il Vallo o Carbonara (scavo nel terreno) la cui profondità era di 20 piedi, corrispondenti a 5,36 m. e che, in caso di assedio, veniva riempito con l'acqua dei vicini fossati. L'antemurale, una costruzione a difesa del piede delle mura dietro la quale si riparavano i difensori e dietro cui si ergeva la muraglia principale a più ripiani, il più alto dei quali, detto pettorale, sporgeva sulla sommità delle mura sostenuto da mensole e coronato da merli, sul quale si aprivano fori per il getto verticale dei proiettili sugli assalitori.
Il tratto di mura che recinge Pianoscarano non conserva oggi torri, ad eccezione di Porta Faul che presenta la Torre della Bella Galliana, e resti della Torre detta di Bacarozzo (dal cognome di una nobile famiglia viterbese) ricordata spesso nelle cronache di Niccolò della Tuccia, vicino alla quale esistono tracce dell'antica porta di San Lorenzo (murata fino al XIII secolo).
 
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